Excursus su come si è giunti al Codice della Crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Nel nostro ordinamento la disciplina sul sovraindebitamento ha seguito un percorso particolarmente tortuoso.
La legge 3/2012 trova fondamento nella proposta del senatore Roberto Centaro approvata dal Senato il 1° aprile 2009, successivamente modificata dalla Camera nel 2011 e definitivamente approvata dal Senato il 17 gennaio 2012.
Uno dei momenti cruciali nella evoluzione della l. 3/2012 è poi avvenuto il 9 marzo 2012 quando il governo ha approvato uno schema di disegno di legge, presentato alla camera l’11 aprile successivo, con il quale ha modificato gli assetti normativi della crisi da sovraindebitamento presenti al Capo II della legge.
La legge 3/2012 si pone l’obiettivo di porre rimedio alle situazioni di sovraindebitamento, e a tal fine attribuisce al debitore non fallibile la possibilità di proporre ai creditori un piano di ristrutturazione del debito.
In altri ordinamenti europei il concetto di sovraindebitamento compare prima, ad esempio in Germania nell’Insolvenzordung del 1994 venne introdotto il termine Uberschuldung (che significa “eccessivo indebitamento”) che definisce uno dei profili di apertura della procedura concorsuale nei confronti delle persone e delle società prive di personalità giuridica nelle quali nessuno dei soci illimitatamente responsabili è persona fisica.
La legge in esame definisce il sovraindebitamento, all’art. 6, co. 2 lett. a, come: «la situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità di adempierle regolarmente».
La l. 3/2012 si rivolge, come vedremo più nel dettaglio successivamente, a tutti i soggetti che, secondo l’ordinamento italiano, non rientrano nelle disposizioni previste dalla legge fallimentare (l. 267/1942) e quindi: persone fisiche, aziende agricole, piccoli imprenditori non fallibili, professionisti, start up ed enti del terzo settore.
Rivolgendosi ad un così vasto range di soggetti va da sé che il legislatore abbia previsto diverse soluzioni, tra loro molto differenti, per consumatori ed imprese.
Le crisi da sovraindebitamento possono essere regolate tramite due meccanismi di soluzione negoziata ovvero seguendo un percorso di tipo liquidativo.
Gli strumenti di soluzione negoziata sono l’accordo di composizione (detto anche accordo con i creditori) ed il piano del consumatore, mentre la procedura di tipo liquidativo prende il nome di “procedura di liquidazione dei beni del debitore”.
Procediamo con ordine alla trattazione delle diverse possibilità previste dalla l. 3/2012.
L’accordo di composizione, così come il piano del consumatore, viene disciplinato dagli artt. 6-14 bis della l. 3/2012.
L’accordo di composizione è modulato sullo schema del concordato preventivo ed ha natura di deliberazione maggioritaria che diventa obbligatoria dopo che è intervenuta l’omologazione.

Il procedimento si articola in cinque fasi:

  1. proposta;
  2. delibazione sull’ammissibilità della proposta;
  3. votazione;
  4. omologazione;
  5. esecuzione.

Questa procedura è, di norma, utilizzata principalmente da imprese.
Il piano del consumatore, come si evince dal nome, è una procedura di composizione del sovraindebitamento riservata esclusivamente al consumatore e costituisce una versione semplificata dell’accordo di composizione.
A differenza dell’accordo di composizione non è prevista alcuna votazione dei creditori (che possono soltanto contestare la convenienza del piano) ed il piano è omologato dal tribunale all’esito di un giudizio fondato sulla fattibilità del piano e sulla meritevolezza del debitore valutata sulle cause del sovraindebitamento.
Al netto di queste decisive differenze, vi è una sostanziale coincidenza con la disciplina dei due istituti per quanto riguarda i presupposti di ammissibilità ed il contenuto della proposta che deve essere accompagnata da una relazione particolareggiata dell’Organismo di composizione della crisi.
Detto delle procedure di soluzione negoziata veniamo ad analizzare la procedura di tipo liquidativo ovvero la liquidazione del patrimonio del debitore.

La liquidazione dei beni è regolata dagli artt. 14 ter. – 14 terdicies. ed è modellata sullo schema del fallimento articolandosi nelle fasi:

  1. introduttiva e di apertura;
  2. dell’inventario dei beni;
  3. della formazione dello stato passivo;
  4. della liquidazione dell’attivo;
  5. della chiusura della procedura.

La liquidazione deve riguardare tutti i beni del debitore ad eccezione di quelli personali indicati dall’ art. 14 ter co. 6.
Un ulteriore istituto è l’esdebitazione, disciplinato dall’art 14 terdecies.
L’esdebitazione può conseguire alla procedura di liquidazione, prevedendo che il beneficio della liberazione dei debiti residui è ammesso soltanto per il debitore persona fisica.
Vista la particolare vantaggiosità di questa procedura sono stati introdotti criteri più rigidi che trovano il loro comune denominatore nella meritevolezza del debitore (la correttezza del suo comportamento) valutata secondo gli indici di cui al primo comma; la non imputabilità del sovraindebitamento ad un ricorso al credito colposo e sproporzionato rispetto alle capacità patrimoniali del debitore e all’assenza di atti di frode ai creditori nei cinque anni precedenti l’apertura della liquidazione o nel corso della stessa.
Dopo un lungo iter, veniva promulgata la legge delega 155/2017 che delegava il governo ad attuare la riforma della disciplina della crisi di impresa e dell’insolvenza.

Svariati sono i profili innovativi della l. 155/2017 tra cui:
a) l’introduzione di una preventiva fase di “allerta” finalizzata all’emersione precoce
della crisi d’impresa e ad una sua negoziazione assistita;
b) il più facile accesso ai piani attestati risanamento e agli accordi di ristrutturazione dei
debiti;
c) la semplificazione delle regole processuali con riduzione delle incertezze
interpretative;
d) la riforma della disciplina dei privilegi ormai ritenuta obsoleta;
e) l’individuazione del tribunale competente in relazione alla tipologia e dimensione
della procedura concorsuale al fine di garantire una maggiore specializzazione;
f) l’introduzione del concetto di liquidazione giudiziale per sostituire il concetto di
fallimento;
g) la rivisitazione del concordato preventivo per garantire, ove possibile, la continuità
aziendale;
h) la sostanziale eliminazione della “liquidazione coatta amministrativa”;
i) la previsione di una esdebitazione di diritto per le insolvenze di minore portata;
j) maggiore attenzione alla crisi del gruppo societario;
k) le modifiche alla normativa sulle crisi da sovraindebitamento.

Risulta importante per la trattazione dell’istituto del concordato minore l’ultimo punto, poiché è proprio con la l. 155/2017 che compare per la prima volta nell’ordinamento questo istituto.
Nella legge in esame risultano quindi: il piano del consumatore, la liquidazione del sovraindebitato e, appunto, il concordato minore.
Alla legge delega veniva data attuazione con il d.lg. 14/2019, titolato “Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza”, in vigore dal 15 luglio 2022, che contiene la disciplina degli strumenti di regolazione della crisi e dell’insolvenza, ad eccezione della liquidazione coatta
amministrativa e dell’amministrazione straordinaria.
Il legislatore del decreto attuativo 14/2019, non aveva inserito la clausola per concedere al Governo la possibilità di adottare, per un certo lasso di tempo, disposizioni integrative e correttive dell’emanando decreto legislativo.
A tale mancanza ha rimediato la l. 20/2019 che ha delegato il Governo ad adottare disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi adottati in attuazione della delega.
Sfruttando tale possibilità, sono stati emanati due decreti legislativi “correttivi” individuati come «primo» correttivo (d.lg. 147/2020) e «secondo» correttivo (d.lg. 83/2022). Con la definitiva entrata in vigore che, come si è visto, decorre dal 15 luglio 2022 si inaugura la nascita di un duplice e co-vigente regime normativo che regolamenta il diritto concorsuale. Solo le procedure avviate dopo il 15 luglio 2022 sono soggette alla disciplina del Codice della
crisi d’impresa e dell’insolvenza, mentre quelle iniziate prima ed ancora pendenti continueranno ad essere disciplinate dalla legge fallimentare.
Stante quindi la durata non predeterminabile delle procedure ancora soggette alla legge fallimentare, è ragionevole ipotizzare che questa continuerà ad avere applicazione anche in futuro per un non breve periodo di tempo, non senza creare problemi di diritto intertemporale.

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